LA RICICLABILITÀ DELLA PLASTICA SPIAGGIATA

20/11/2017

Cotton fioc, frammenti, oggetti e imballaggi sanitari, pellet, tappi e cannucce sono i rifiuti più presenti sulle nostre spiagge. La causa è da attribuire principalmente ad abitudini errate da parte di consumatori e imprese. Quello che in molti però non sanno è che anche questo tipo di rifiuto potrebbe essere avviato a riciclo, con vantaggi sia economici che ambientali.
È quello che emerge dalle indagini sul beach litter promosse dall’Istituto per la Promozione delle Plastiche da Riciclo con Legambiente ed Enea. Lo studio rappresenta una prima importante collaborazione tra istituti di ricerca, associazioni e imprese sulla caratterizzazione del beach litter presente sulle spiagge per poter poi sviluppare un piano di riciclo per questi materiali e capire, al contempo, come sensibilizzare consumatori e imprese a porre una maggiore attenzione nella loro gestione quotidiana dei rifiuti, rimuovendo abitudini errate: dai cotton fioc gettati nel wc ai rifiuti abbandonati direttamente sull’arenile, ai pellet di plastica per la pre-produzione industriale.                                                                                                             
I campionamenti sono stati svolti dai tecnici di Goletta Verde di Legambiente in due spiagge del litorale tirrenico: la spiaggia di Coccia di Morto in provincia di Roma e la spiaggia della Feniglia in provincia di Grosseto. Sul totale dei rifiuti presenti, la percentuale di plastica è in entrambi i casi superiore al 90 percento (leggermente più alta della media nazionale, che è dell’80 percento, secondo i dati delle indagini sulla beach litter eseguite da Legambiente nella altre spiagge italiane). I campioni raccolti rispecchiano le specificità delle due spiagge, che hanno caratteristiche differenti per tipologia, flusso di bagnanti, vicinanza ad insediamenti urbani/industriali, facilità di accesso. Nonostante ciò gli oggetti più presenti sono gli stessi rinvenuti nel resto delle spiagge italiane, come i cotton fioc e i ‘frammenti’, residui di materiali degradati dall’effetto della fotodegradazione e degli agenti atmosferici, non più identificabili univocamente. Il Polipropilene (PP) e il Polietilene (PE) sono i polimeri plastici maggiormente presenti in entrambe le spiagge ed insieme costituiscono rispettivamente il 79 percento (Coccia di Morto) e il 66 percento del totale (Feniglia).
“Lo studio rappresenta solo il primo passo per affrontare il problema del beach litter - dichiara Angelo Bonsignori, presidente di IPPR e direttore generale della Federazione Gomma-Plastica – un problema per il quale abbiamo recentemente costituito il ‘Tavolo permanente per il riciclo di qualità’ per analizzare, anche attraverso il coinvolgimento delle aziende di riciclo, la concreta fattibilità di recupero dei materiali presenti sulle nostre spiagge. Specialmente per quella frazione degradata o composta da diversi polimeri che non possono tornare tal quali nelle rispettive filiere. Intendiamo inoltre promuovere una prima campagna di raccolta del beach litter in alcuni Comuni costieri in accordo con le Amministrazioni e studiare la realizzazione di un impianto pilota per il riciclo di questi materiali”.
“Quelli che erano i punti di forza delle plastiche, leggerezza, durabilità e costi contenuti, oggi rappresentano il limite di questi materiali che permangono nell’ambiente per decenni prima che si degradino – dichiara Loris Pietrelli ricercatore dell’Enea – e comunque è importante ricordare che non si può demonizzare la plastica perché con questo termine si identificano centinaia di materiali polimerici, con caratteristiche molto diverse, di cui non possiamo più fare a meno. Il risultato principale di questa prima ricerca riguarda la composizione dei materiali raccolti. La netta prevalenza di materiali termoplastici quali polietilene e polipropilene, facilita il recupero ed il riutilizzo del materiale spiaggiato. E’ necessario inoltre ricordare che le plastiche arrivano da terra e quindi sono il risultato di una cattiva gestione rifiuti solidi urbani. Ad esempio, l’enorme quantità di cotton fioc rinvenuta lungo le spiagge rappresenta un caso emblematico soprattutto se si pensa che nei primi anni del 2000 la commercializzazione dei bastoncelli non biodegradabili era vietata”.
“Purtroppo, la cattiva gestione dei rifiuti e l’abbandono consapevole – aggiunge Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente - restano le principali cause del fenomeno del beach litter. Al tempo stesso i dati del nostro studio evidenziano come buona parte di questi rifiuti potrebbero essere riciclati.  I risultati, sebbene preliminari, mostrano dati incoraggianti circa la qualità del blend ottenuto mescolando i rifiuti spiaggiati. Una novità assoluta che dimostra come sia fondamentale sia prevenire il problema attuando campagne di sensibilizzazione, sia lavorando sull’innovazione di processo e di prodotto e sull’avvio di una filiera virtuosa del riciclo”.

 

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