L’IDENTIKIT DELLA STARTUP ITALIANA

02/10/2017

Giovani ma non giovanissimi, con esperienza nel settore e altamente qualificati: è l’identikit degli startupper italiani, con un’età media di 40 anni e una grande passione per l’innovazione. Di piccole dimensioni, con un modello prevalente B2B e con molta voglia di emergere: è l’identikit della giovane impresa innovativa italiana. È quanto emerge, in sintesi, dalla seconda edizione della ricerca ‘La voce delle startup’ condotta da Italia Startup, l’associazione dell’ecosistema startup italiano, in collaborazione con GRS-Ricerca e Strategia.
Dall’analisi su un campione di oltre 300 startup emergono le qualità prevalenti nelle figure dei founder di imprese, il cui obiettivo è innovare nel rispettivo settore di appartenenza professionale.  Si tratta di individui con un’età prevalente compresa fra i 25 e i 45 anni e, rispetto al 2015, si evidenzia un incremento del 18 percento degli startupper italiani appartenenti alla fascia di età che va dai 30 ai 39 anni: un trend positivo che vede abbassarsi di anno in anno l’età degli innovatori nel nostro Paese. Con il diminuire dell’età non si riduce, però, il livello di preparazione dei founder italiani, che in oltre il 56 percento dei casi dichiarano di aver conseguito una laurea di secondo livello, un post laurea o un master, in aggiunta al titolo di laurea triennale. La percentuale degli under 30 e degli over 50, invece, numericamente tende quasi a convergere, registrando rispettivamente il 16,2 percento e il 13,4 percento dei rispondenti.
L’approccio pragmatico degli addetti ai lavori è evidente: metà degli intervistati individua tra i punti di forza della propria startup il focus totale sul progetto e la voglia di intraprendere e di rischiare, insita nella propria attività aziendale. Quanto alle prospettive di crescita, è previsto un incremento variabile nel numero di dipendenti del 6-25 percento per oltre il 40 percento degli intervistati e una forte crescita del fatturato nell’esercizio in corso per il 74 percento delle startup prese in esame. Di queste, circa il 14 percento dichiara un boom nella variazione attesa di fatturato del 50 percento ed oltre, il 25,7 percento prospetta una crescita del 26-50 percento e il 34,4 percento prevede un incremento stabile del 6-25 percento.
L’approccio dei founder e delle loro imprese si rivela poi orientato all’innovazione del settore nel quale hanno maggiori competenze, come si evince dalla netta prevalenza di attività legate al B2B (50,7 percento).
Per quanto riguarda l’identikit delle startup, si tratta per l’86 percento di startup seed, cioè attività imprenditoriali di recente formazione, spesso sostenute dai cosiddetti finanziamenti all'idea, i primi fondi finanziari utilizzati per lanciare un’attività imprenditoriale innovativa, mentre solo l’8,6 percento del campione preso in esame è costituito da startup consolidate, con un fatturato superiore a 1 mln di euro. Le risorse umane impiegate in azienda sono prevalentemente contenute, con il 50 percento delle realtà intervistate che dichiara di avere un team composto da un numero variabile di 3/9 persone, mentre il 32 percento presenta un massimale di 3 dipendenti e solo nel 13 percento dei casi si registra la presenza di un pool di risorse che varia dai 10 ai 20 individui e oltre. Per quanto riguarda la percentuale di fatturato generata all’estero, il 36 percento degli intervistati presenta una quota export inferiore al 10 percento e un analogo 36 percento dichiara di non esportare i propri prodotti/servizi in altri paesi.
“I dati che emergono dalla ricerca riflettono la struttura dell’ecosistema startup italiano, a luci e ombre - commenta Federico Barilli, segretario generale di Italia Startup – tra gli aspetti positivi sicuramente il modello prevalente B2B, di buon auspicio per la contaminazione necessaria con il sistema industriale italiano e internazionale. Dall’altro lato, però. si conferma una dimensione media piccola e una scarsa propensione allo sviluppo internazionale, parzialmente compensate da una voglia di intraprendere, di rischiare e di crescere (più che di vendere, di exit) che sono coerenti con lo spirito imprenditoriale tipico di una parte importante del nostro sistema industriale”.
Osservando il livello di formazione accademica, si scopre che il 26,2 percento dei nuovi imprenditori ha concluso un lungo percorso di studi con una laurea di secondo livello. Il 30,2 percento ha conseguito un master o un post laurea. Un aspetto fortemente differenziante rispetto allo stereotipo dello startupper molto giovane, tecnologo e geniale, ma senza esperienza aziendale o consulenziale. Attitudine confermata dai dati sulla formazione interna: la ricerca fa emergere che vengono organizzati progetti di formazione interna annuale per un periodo superiore alle 40 ore a dipendente, per il 28 percento delle aziende, mentre il 21 percento investe dalle 21 alle 30 ore di formazione per i propri dipendenti.
“Lo stereotipo degli startupper e delle startup italiane va rivisto – afferma Enrico Gallorini, coordinatore della ricerca - e i dati parlano chiaro! La qualifica e l’esperienza professionale elevata dei fondatori/imprenditori emergono nitidamente, con un miglioramento rispetto all’indagine di 2 anni fa; il modello aziendale innovativo rivolto prevalentemente alle imprese piuttosto che al consumatore finale va nella direzione giusta, del matching con l’industria; la voglia di intraprendere e di crescere, fa ben sperare. Sono segnali importanti che vanno sostenuti e incoraggiati, con politiche e con azioni concrete a supporto”.

 

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