L’ITALIA GREEN

27/10/2017

I tempi stanno cambiando e in questo cambiamento l’Italia può essere protagonista. Il nostro Paese non deve dimenticare il proprio passato produttivo (fatto di qualità, creatività, innovazione, bellezza e territorialità), ma deve evolvere ed innovare, seguendo green economy ed economia circolare. Molte aziende italiane lo hanno capito già da tempo, come dimostrano i numeri dell’VIII edizione di GreenItaly realizzata da Unioncamere e Symbola.
Sono 355.000, infatti, le imprese italiane dell’industria e dei servizi che hanno investito nel periodo 2011-2016, o prevedono di farlo entro la fine del 2017, in prodotti e tecnologie green. In pratica più di una su quattro, il 27,1 percento dell’intera imprenditoria. E nell’industria in senso stretto sono più di una su tre (33,7 percento). Solo quest’anno, anche sulla spinta dei primi segni tangibili di ripresa, ben 209.000 aziende hanno investito, o intendono farlo entro la fine di quest’anno, sulla sostenibilità e l’efficienza (15,9 percento).
Anche perché green economy è sinonimo di competitività, che tra le imprese green è più elevata rispetto a quelle non green.
Il salto innovativo che la green economy riesce a far compiere alle imprese trae forza anche dal forte connubio “green-R&S”, perché, ad esempio, le medie imprese industriali (MII) che investiranno quest’anno in ricerca e sviluppo sono il 27 percento tra quelle che puntano sull’eco-efficienza e solo il 18 percento tra le altre.
Questo dato trova una conferma nei dati sui green jobs (ingegneri energetici o agricoltori biologici, esperti di acquisti verdi, tecnici meccatronici o installatori di impianti termici a basso impatto, ecc.), le cui assunzioni previste nel 2017 riguardano quasi 320.000 posizioni (se si considerano anche le assunzioni per le quali sono richieste competenze green se ne aggiungono altre 863.000).
Nell’area aziendale della progettazione e della R&S i green jobs rappresentano ben il 60 percento delle esigenze espresse dalle imprese. Questo tema si collega a doppio filo con il Piano Nazionale Impresa 4.0, ovvero l’impegno pubblico del governo per sostenere la quarta rivoluzione industriale. Molte delle tecnologie abilitanti richiamate nel Piano rispondono, infatti, a necessità delle imprese di ridurre impatti di tipo energetico e/o ambientale o di rendere i processi più efficienti (ad esempio riducendo sprechi e riutilizzando materiali). Non è un caso che MII che investono nel green siano molto più a conoscenza delle altre delle misure contenute nel Piano.
Tuttavia, i green jobs sono figure di difficile reperimento, per le quali è richiesta più esperienza e un livello di qualificazione più elevato. Aspetti che richiamano importanti implicazioni sul versante della formazione. Queste figure si caratterizzano poi per una maggiore stabilità contrattuale.
Il tema green entra anche nel mondo delle start up innovative iscritte alla sezione speciale del Registro delle Imprese: nella prima metà di ottobre 2017, 1.173 delle 7.915 start up registrate (il 14,9 percento) sono ad alto valore tecnologico in ambito energetico.
L’Italia fa molto bene, in effetti, in svariati ambiti, tra cui anche nella riduzione dei rifiuti. Con 41,7 tonnellate per ogni milione di euro prodotto (3 in meno del 2008) siamo i più efficienti in Europa, meglio della Germania (65,5 tonnellate). E nelle emissioni in atmosfera: secondi tra le cinque grandi economie comunitarie (101 tonnellate CO2, ultimi dati disponibili 2014), dietro solo alla Francia (86,5 t, in questo caso favorita dal nucleare) e, ancora una volta, davanti alla Germania (143,2 tonnellate).
La vocazione italiana alla qualità deve partire dal passato per guardare al futuro. Per migliorare i processi produttivi, per realizzare prodotti migliori, più belli, più apprezzati e ‘responsabili’, il made in Italy ha puntato sul green.

 

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